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Articolo n° 3575 del 23 settembre 2006 delle ore 07:23

Albenga, la seconda giornata del convegno sulla cristianizzazione

Il vescovo, Mons. OliveriAlbenga. La seconda giornata del convegno “Tempi e dinamiche della cristianizzazione tra Liguria di Ponente e Provenza ha avuto come protagonista la città di Albenga. Gli studiosi francesi e italiani, convenuti nel Palazzo Vescovile di Albenga hanno inaugurato il loro ciclo di conferenze introducendo i dati sui resti archeologici ubicati nel suburbium meridionale della città antica, attualmente sulla sponda destra del fiume Centa sotto il ponte rosso. Bruno Massabò, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, è intervenuto per descrivere i lavori che lui stesso ha diretto. Svolti dal luglio al settembre 2001, gli scavi hanno portato alla luce nuove strutture del grande complesso termale di età imperiale della fine del I secolo d.C. e completato all’inizio del III secolo d.C.. Già nei primi del XX secolo, Alfredo d’Andrade, chiamato nel 1886 dal Ministero dell’Istruzione Pubblica per verificare i danni subiti dalla cattedrale dopo il terremoto e l’alluvione che si erano abbattuti su Albenga, e il suo uomo di fiducia, Angelo De Marchi, restauratore geniale benché privo di una vera competenza scientifica, segnalarono i resti archeologici delle terme. Alcuni decenni più tardi Nino Lamboglia pubblicò l’epigrafe che li menzionava. Il sito offre la visione molto chiara della chiesa di San Clemente, costruita dai cavalieri gerosolimitani nel XIII secolo, allorquando il fiume Centa deviò il suo corso passando sulle rovine del suburbium e costeggiando la chiesa di San Clemente, non sfuggita all’occhio di Angelo De Marchi. A nord della navata sinistra della chiesa è emerso quel fonte battesimale che non poche questioni lascia in sospeso. La nuova vasca battesimale, per ora datata tra il V e il VI secolo con omologhi a Riva Ligure, a Noli, in Lombardia e in Provenza, ha una tomba scavata al suo interno di cui ignoriamo la genesi. Ma la cosa che più accende la fantasia di studiosi e appassionati è la presenza di un fonte battesimale poco lontano da quello “monumentale” della cattedrale, che lascia campo a speculazioni a dir poco affascinanti. Si ipotizza che il fonte battesimale appartenesse alla popolazione gota di fede ariana (cioè quell’eresia che non attribuiva al Cristo natura divina), insediatasi nella piana di Albenga presumibilmente tra il 476 e il 528. Se l’ipotesi si dimostrasse fondata, Albenga vanterebbe un battistero ariano, caso unico nell’Italia nord-occidentale. L’argomento verrà comunque ulteriormente dibattuto nella tavola rotonda di domani.
Nel pomeriggio di oggi l’attenzione si è poi focalizzata sul battistero “monumentale”. Il sopraccitato D’Andrade si oppose a che i fondi destinati alla Cattedrale andassero in quella direzione e non venissero piuttosto spesi nel restauro del battistero, il più antico monumento cristiano ligure mantenuto in uno stato di deplorevole degrado. D’Andrade la ebbe vinta e i lavori cominciarono nel 1891, diretti dal suo “soprastante” Angelo De Marchi, che lo tenne quotidianamente informato sullo sviluppo con i suoi precisissimi disegni e le sue lettere sgrammaticate. L’importanza dell’edificio emergeva ad ogni ritrovamento, come quello dell’antica vasca ad immersione sotto alle strutture sulle quali era posto il fonte battesimale realizzato al centro del battistero dal vescovo Luca Fieschi nel 1588. La scoperta ispirò il D’Andrade che intensificò le ricerche sugli edifici paleocristiani di Roma e di Ravenna. Seguendo questo approccio comparativo gli studiosi hanno analizzato il battistero di Albenga alla luce delle analogie e delle differenze con quello di San Giovanni a Milano e con quelli di Novara e di Frejus.
Domani si terrà l’ultima giornata del convegno con tavola rotonda al mattino e visita al Museo Navale Romano e al Museo Diocesano nel pomeriggio.

Mirco Siffredi

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