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Articolo n° 4888 del 15 Novembre 2006 delle ore 08:51

Toniut in Italia dopo la prigionia in Tagikistan: la sua storia

Ivo ToniutPietra Ligure. E’ tornato in Italia Ivo Toniut, dopo l’odissea giudiziaria che gli ha fatto conoscere il carcere in Tagikistan, ostaggio di una serie di incomprensioni e complicazioni burocratiche che lo hanno catapultato in un incubo. Venticinque anni di lavoro all’estero sulle spalle, la mente ancora invischiata nel calvario appena trascorso, Toniut, 44 anni, originario di Tradate (Varese), per ora è riuscito a tornare agli affetti della famiglia d’origine in Riviera ligure. Ma il tempo a disposizione non è granché: quattro mesi per scagionarsi dalle imputazioni di reato che ancora lo riguardano, per poter essere libero di tornare in Russia a trovare sua figlia senza il terrore di essere prelevato dalla polizia dietro mandato di cattura. Ecco, passo per passo, la sua storia recente. Nel novembre del 2001 Toniut parte per l’Afghanistan in qualità di interprete e collaboratore freelance di una testata italiana e, giunto sul posto, comincia ad approfondire le tematiche legate al traffico internazionale di droga. A dicembre da Kabul si reca in Tagikistan a bordo di un elicottero militare russo. Nel febbraio del 2002 costituisce una organizzazione non governativa, che coordina in collaborazione con il Ministero delle Situazioni di Emergenza tagiko. A metà del 2002 apre un sito internet a cui chiunque può inviare anonimamente informazioni sul traffico di droga. L’iniziativa arriva alle orecchie del Ministero della Sicurezza del Tagikistan, che inizialmente è sospettoso, poi offre protezione al cittadino italiano. Una impegno difficile, ne va della sua incolumità personale, ma Toniut è deciso ad andare avanti. Sta di fatto che avanti non ci può andare: tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003 incominciano i problemi seri.
Dopo aver denunciato un reato commesso nei confronti della ONG da lui coordinata, Toniut viene imprigionato in attesa di giudizio per circa cinque mesi, in quanto la Procura dei Trasporti tagika lo accusa di essere complice del reato da lui stesso reso noto. La prigionia è terribile. E’ costretto a convivere in una cella minuscola con tre, quattro, a volte cinque detenuti, alcuni dei quali affetti da tubercolosi. Deve fare i propri bisogni insieme agli altri carcerati in un secchiello di plastica di tre litri che a turno va svuotato di prima mattina. Le condizioni igieniche sono pessime. Riesce a farsi una doccia soltanto due mesi dopo l’incarcerazione. Trascorsi quattro mesi di prigionia, inizia uno sciopero totale della fame che dura dieci giorni finalizzato ad ottenere un colloquio con le Autorità consolari tedesche, competenti per gli italiani residenti in Tagikistan, e con l’ambasciatore italiano. Il digiuno lo fa indebolire e si ammala alle reni e di broncopolmonite, tuttavia riesce a mettersi in contatto con le autorità diplomatiche. Nel frattempo il Ministero della Sicurezza tagiko fornisce alla Procura le prove della sua innocenza chiedendone l’immediata liberazione. Il 2 giugno del 2003 Toniut viene finalmente liberato, anche grazie all’intervento dell’allora sottosegretario agli Affari Esteri Margherita Boniver direttamente presso il Presidente del Tagikistan. Il giudice riconosce l’innocenza dell’imputato e la colpevolezza delle persone da lui denunciate.
La vicenda, però, anziché finire, si complica. All’uscita di galera segue un altro periodo durissimo. L’ONG di Toniut si è indebitata con una società privata locale per un importo pari a circa 11 mila dollari americani per una fornitura di benzina, a causa di un dipendente della ONG che, impadronitosi dei soldi della cassa, si è dileguato e si è reso non rintracciabile. L’episodio fa scattare le procedure legali nei confronti dell’organizzazione debitrice, ma ad essere sanzionata non è l’ONG, bensì il suo coordinatore Toniut, e per l’intero importo di 11 mila dollari. A causa dell’impossibilità dell’italiano di pagare una somma del genere, la pratica passa alla Procura locale, che istituisce un procedimento penale nei confronti dello “straniero”, obbligato a pagare se non vuole finire in carcere. Nel dicembre del 2005, in alternativa alla detenzione in attesa di giudizio, gli viene imposto un provvedimento di soggiorno obbligato nella capitale tagika Dushanbe. A questo punto i parenti, tra i quali la madre (residente a Pietra Ligure), gli inviano tramite il MAE una somma di denaro che finisce in custodia dell’Ambasciata tedesca a Dushanbe.
Però i soldi Toniut non li vede. Secondo lui, infatti, l’Ambasciata italiana in Uzbekistan, che coordina l’assistenza prestata dall’Ambasciata tedesca a Dushanbe, ha espressamente richiesto alla delegazione tedesca di vietare la disponibilità della somma di denaro. Nonostante i reiterati solleciti finalizzati ad autorizzare l’utilizzo dei soldi per risolvere la questione giudiziaria, l’Ambasciata d’Italia nega per mesi l’utilizzo della somma da parte di Toniut riferendosi ad una legge sulla base della quale si riserva il diritto di gestire i soldi dei parenti in quanto gli stessi sono stati inviati non a favore del congiunto, ma a favore del Ministero degli Affari Esteri italiano. Un rifiuto ostinato che secondo Toniut avrebbe potuto provocargli, dopo il probabile ritorno sotto detenzione in attesa di giudizio, il rischio di una condanna fino a 12 anni di reclusione. Spiega Toniut: “Durante molti mesi del mio soggiorno obbligato, impossibilitato ad avere alcun reddito, quotidianamente chiedevo all’Ambasciata d’Italia ad autorizzare le autorità diplomatiche tedesche a somministrarmi il denaro inviatomi dai miei familiari. Il denaro in questione, oltre che necessario a supportare una assistenza legale, era indispensabile per il mio mantenimento e per sostenere quelle cure mediche che il mio precario stato di salute richiedeva”.
Stando alle autorità diplomatiche italiane, il bonifico dall’Italia non era stato effettuato a favore di Toniut, ma per evitare la sua carcerazione immediata ed esplorare la possibilità di trovare un accordo con le autorità locali. Così scriveva l’ambasciatore italiano al concittadino sottoposto all’obbligo di soggiorno nella capitale tagika: “Le somme non sono state spedite all’Ambasciata per i suoi bisogni quotidiani ma per i suoi problemi maggiori con le autorità tagike, per non farla tornare in prigione”. “Speriamo che non continui a tempestare sempre con la stessa richiesta questa Ambasciata e quella tedesca – aggiungeva l’ambasciatore – Per i suoi problemi di mantenimento in Tagikistan dovrà eventualmente provvedere altrimenti, trovandosi un lavoro, ancorché semplice, o come alternativa al lavoro lei potrà liberamente provvedere autonomamente con suoi amici, parenti o genitori ad ottenere un invio specifico di denaro a titolo di prestito o regalo pecuniario direttamente a lei al fine dei suoi bisogni immediati di liquidità“. Oggi, ripensando a quei momenti, Toniut si domanda: “Sottoposto ad un soggiorno obbligato, con precarie condizioni di salute e senza un passaporto che non mi veniva rilasciato proprio da coloro che, umiliandomi e discriminandomi, mi invitano a sostenermi con un lavoro, cosa avrei dovuto fare? Lavorare illegalmente in una piantagione di cotone tagika?”.
Poi, la svolta. Due mesi fa, la richiesta del provvedimento di grazia al governo tagiko. Il 4 settembre Toniut sottoscrive una dichiarazione con la quale chiede al giudice di applicare alla sua pratica la legge sull’amnistia a favore dei cittadini stranieri. La Procura, pur mantenendo valide le imputazioni di reato attribuitegli, archivia la pratica e nel giro di pochi giorni revoca il provvedimento di soggiorno obbligato. Svanisce l’incubo di essere imprigionato ingiustamente per 8-12 anni. Toniut parte per l’Italia il 25 ottobre con un documento di viaggio rilasciatogli dal consolato italiano a Mosca, dove ha potuto soggiornare per quattro giorni. E poco tempo fa, dopo aver seguito a distanza le sue vicissitudini, lo vediamo comparire nella nostra redazione di Ivg.it, a Pietra Ligure. Sollevato e allo stesso tempo sconfortato. Da tre anni non gli viene rilasciato un passaporto i cui termini di validità possano soddisfare l’ottenimento di un visto d’ingresso in Russia, Paese nel quale ha svolto attività lavorativa dal 1986 e dove risiede la figlia che vorrebbe rivedere dopo tanto tempo. Senza possibilità di ritornare a liberarsi dalle accuse che ancora pesano sul suo conto, e per farlo gli rimangono quattro mesi di tempo, rimarrà un uomo braccato, sempre ostaggio delle incriminazioni che potrebbero farlo ritornare in carcere se mettesse piede in uno dei Paesi della Comunità Stati Indipendenti.
Appena tornato a Pietra, Toniut ha fatto domanda per il passaporto, ma l’Ambasciata d’Italia in Uzbekistan ha negato la concessione del nulla osta al rilascio, con lo scopo di inibire il suo espatrio nella Federazione Russa e negli altri Stati circostanti. Nel giro di qualche giorno il Ministero degli Affari Esteri si è però premurato di comunicargli che si è trattato di un “grosso sbaglio commesso in buona fede” e che il caso è soggetto ad un benevolo riesame. “A causa dello sbaglio commesso in buona fede, da circa tre anni sono stati inflitti gravi danni morali al sottoscritto, e soprattutto, tale sbaglio è alla base di un rilevante trauma psicologico di cui è vittima la sua figlia minore” protesta Toniut, che intende dichiarare formalmente di rinunciare alla cittadinanza italiana, ritenendosi di fatto apolide sino a quando non venga concesso il nulla osta al rilascio del suo passaporto. Arrabbiato e deluso, Toniut: “Essere cittadino di uno Stato per me ha sempre significato far parte di una famiglia dove tutti hanno uguali diritti e doveri reciproci. Dove tutti si aiutano l’un l’altro. Dopo l’esperienza tagika, tra l’altro non ancora conclusasi, sono molto deluso del comportamento assunto dalla nostra Ambasciata. Un comportamento che mi fa sentire come un palloncino che scoppia… come bucato con uno spillo. E poi mia figlia… quello che sta accadendo è una grave violazione dei più elementari diritti dell’uomo”. Opinioni fuori dai denti quelle che vuole esprimere Ivo Toniut: “Come apolide hai un passaporto, puoi recarti con un visto dove vuoi. Devi subordinarti alle leggi di quel paese dove tu vuoi vivere, rispettare le sue tradizioni e usanze… insomma, quello che sto facendo da circa 25 anni in diversi luoghi. Da una parte è triste che questa storia si stia concludendo così, ma vado a testa alta, la prendo come una nuova esperienza. Poi magari un giorno sbarcherò clandestinamente in Italia con un canotto, e lo Stato mi darà un lavoro, mutua, casa… e finalmente – conclude con una risata pungente – anche il passaporto italiano”.


» Felix Lammardo

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