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Articolo n° 5105 del 23 Novembre 2006 delle ore 10:20

Caso Toniut: “Lo Stato mi nega il passaporto, non posso andare da mia figlia”

Pietra Ligure. Vuole rinunciare alla cittadinanza italiana e preferisce ritenersi di fatto apolide. Dopo quattro anni di vicissitudini giudiziarie in Tagikistan durante le quali ha conosciuto anche il carcere, Ivo Toniut, 44 anni, originario di Tradate (Varese), è riuscito a tornare in Italia grazie ad una richiesta di grazia ma non ha trovato la serenità che si aspettava. Appena rientrato a Pietra Ligure, dove risiede sua madre, ha fatto domanda alla Questura per ottenere il passaporto. L’Ambasciata d’Italia in Uzbekistan, che tramite il Consolato tedesco a Dushanbe è competente per gli italiani in territorio tagiko, ha però negato la concessione del nulla osta e la delega al rilascio del documento. In pratica, una inibizione dell’espatrio che viene giustificata come “negli interessi” del richiedente. Ora Toniut si trova nell’impossibilità di rivedere sua figlia Linda, dodicenne, che risiede nella Federazione Russa. “Restituitemi le libertà di cui mi state privando – protesta Toniut – Mi negano il passaporto e sono nella condizione di non poter svolgere attività lavorativa all’estero per contribuire al mantenimento di mia figlia né posso rivederla”. Alle prese con la definizione del suo status anagrafico, il quarantaquattrenne, con venticinque anni di esperienza all’estero alle spalle, ha pochi mesi di tempo per tornare in Tagikistan e scagionarsi dalle imputazioni di reato che ancora lo riguardano. “Sono di fronte ad un incredibile ostacolo al processo di riabilitazione inerente la mia storia giudiziaria in Tagikistan e al mio diritto, concessomi dalla legge tagika sino al febbraio 2007, di liberarmi dalle imputazioni di quel reato che non ho commesso” osserva Toniut. In Tagikistan per coordinare una Ong, nel 2003 Toniut viene incarcerato in attesa di giudizio per circa cinque mesi perché, secondo la Procura locale, coinvolto nel reato da lui stesso denunciato in seno all’organizzazione per cui lavorava. E’ grazie all’intervento dell’allora sottosegretario agli Affari Esteri Margherita Boniver direttamente presso il Presidente del Tagikistan che viene riconosciuto innocente e scarcerato. Ma quando esce di prigione, la sua Ong si è indebitata con una società privata per una fornitura di benzina: il dipendente che era stato incaricato di saldare il conto, infatti, è scappato con i soldi. La società erogatrice della fornitura di carburante intraprende le pratiche legali contro la Ong per recuperare il credito ma, visto che quest’ultima è inadempiente, la macchina della giustizia tagika infligge nei confonti di Toniut, in qualità di coordinatore dell’organizzazione debitrice, una sanzione pecuniaria pari a 11 mila dollari. L’italiano non è in grado di pagare e scatta così la denuncia penale. Nel dicembre del 2005, in alternativa alla detenzione in attesa di giudizio, Toniut è sottoposto ad un provvedimento di soggiorno obbligato nella capitale tagika Dushanbe. Impossibilitato ad utilizzare i soldi che gli vengono inviati dall’Italia dai parenti, senza un tetto né un lavoro, l’italiano non può fare altro che attendere di essere rimesso in carcere. Gioca l’ultima carta della richiesta di grazia che, accolta, allontana l’incubo di una condanna a 12 anni di reclusione e gli consente di rientrare in Italia alla fine di ottobre. Con il rientro in patria, però, i problemi non sono finiti. Alla richiesta del passaporto segue un diniego. Il Ministero degli Affari Esteri si era premurato di definire il mancato rilascio del passaporto un “grosso sbaglio commesso in buona fede” annunciando un benevolo riesame del caso. Ma, nel giro di pochi giorni, dall’Ambasciata d’Italia in Uzbekistan è arrivato un nuovo “no” al rilascio del documento di espatrio. “A causa dello sbaglio commesso in buona fede, da circa quattro anni mi sono stati inflitti gravi danni morali, e soprattutto, tale sbaglio è alla base di un rilevante trauma psicologico di cui è vittima mia figlia minore” afferma Toniut, che ora intende richiedere l’ammissione sul territorio russo in qualità di apolide per aggirare gli ostacoli burocratici e riabbracciare sua figlia.


» F. Lammardo

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