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Articolo n° 7464 del 09 Febbraio 2007 delle ore 16:21

Donne immigrate, protagoniste invisibili della provincia savonese

[thumb:2221:r]Seimilatrecentosedici le donne immigrate residenti nella provincia di Savona nel 2006. Spesso “invisibili” perché in alcune nazionalità persiste una maggiore tendenza a non inserire le donne nel mercato del lavoro, ma a far loro accudire casa e figli, oppure perché, se inserite nel lavoro domestico, hanno scarsa visibilità sul territorio in quanto il loro lavoro si svolge in uno spazio privato. L’esistenza di una forte quota di “sommerso” fa comprendere perciò come mai, su 2334 domande di assunzione arrivate alla Prefettura nel corso del 2006, solo il 37% riguardava donne (nell’86% dei casi per l’assistenza domiciliare). I dati sono stati illustrati a Savona durante la presentazione del dossier statistico immigrazione del 2006 dal titolo “Donne immigrate protagoniste invisibili”, a cura della Caritas e della Migrantes diocesane.
“La differenza elevata nel numero dei contratti – ha spiegato la curatrice del dossier, la sociologa Deborah Erminio – potrebbe essere legata anche al fatto che nei contratti con le famiglie che assumono in nero non esistono praticamente controlli, e pertando è facile ipotizzare che il sommerso sia ingente. In genere le donne stranieri hanno un numero minore di contratti sul mercato ma riescono ad avere contratti più duraturi nel tempo. Questo meccanismo si spiega in base al fatto che le donne sono inserite in buona parte nel mercato del lavoro domestico, dove i contratti sono più lunghi, soprattutto per le badanti”.
All’inizio del 2006, ha spiegato la Erminio, nel territorio della provincia di Savona figuravano 12586 stranieri residenti e 13499 soggiornanti, pari al 4,5% della popolazione complessiva. 2517 i minori, in crescita percentuale: durante lo scorso anno un nato su quattro negli ospedali del Savonese non era italiano. Tra le centoquindici nazionalità rappresentate la parte del leone la fa sempre la comunità albanese con 4227 presenze (il 34% del totale), seguita da quella marocchina (1838, 15%), ecuadoriana (867, 7%), rumena (699, 6%) ed egiziana (602, 5%). 2039 gli alunni non italiani nelle scuole della provincia, con un’incidenza pari al 6,2%.
Sul fronte lavorativo, gli ultimi dati disponibili parlano di 8750 stranieri occupati, di cui 792 comunitari, 298 neocomunitari e 7660 extracomunitari. Sono non italiani sei lavoratori domestici su dieci, un muratore su quattro, la metà dei braccianti agricoli e uno su cinque lavoratori nel settore alberghiero e della ristorazione. Ai dati della sociologa si sono aggiunti quelli forniti dal prefetto Nicoletta Frediani, aggiornati al 31 dicembre scorso: il 51,50% dei permessi di soggiorno rilasciati dalla Prefettura ha riguardato donne, che per il 54% avanzavano motivi familiari, per il 36,75% motivi di lavoro e per l’8% motivi di studio. Tra le donne occupate il 95% svolgeva un lavoro subordinato, per lo più domestico.
“Negli ultimi anni – ha commentato Deborah Erminio – gli studi e le ricerche sulle migrazioni femminili hanno messo in luce il ruolo più centrale delle donne all’interno dei processi migratori. Per molto tempo la letteratura delle migrazioni ha sottostimato la presenza femminile e ha relegato le donne in una posizione passiva, in cui la migrazione era intersa come un progetto famigliare che coinvolgeva la donna solo come compagna, moglie, madre. In questa prospettiva veniva sottostimata la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, così come venivano sottostimati i processi migratori al femminile. In realtà vi sono flussi migratori al femminile, ossia in cui sono preponderanti le donne e in cui le donne sono le teste di poste delle catena migratoria, ossia le prime che partono e attuano ricongiungimenti del coniuge”.
Tra gli aspetti sottolineati dalla sociologa c’è anche quello della dequalificazione professionale delle immigrate, “discriminate doppiamente in quanto donne e straniere. Spesso queste persone hanno titoli di studio elevati – il 13% sono laureate – ma devono adattarsi ai livelli bassi e non vengono valorizzate per la loro specifica professionalità. Si pensa, anzi, che, solo perché donna e di una certa nazionalità, una immigrata sia capace di fare la badante”. Un meccanismo che, secondo la Erminio, non potrà andare avanti ad oltranza “perché cresce il desiderio nelle donne di affrancarsi da questo tipo di lavoro, dove si mescolano rapporti contrattuali spesso non regolari, negoziazioni di orari, ritmi e mansioni che vanno al di là dei limiti di contratto, la tendenza a far diventare la badante ‘una di famiglia’, e la chiusura alle relazioni sociali all’esterno della casa”.

“Finalmente abbiamo l’opportunità di venire allo scoperto, di vincere tanti pregiudizi”, ha esclamato Antonio Garçia. “Siamo invisibili ma lavoriamo con voi e per voi: è il momento di imparare a conoscersi. Non vi rendete cono di quanto siete fortunati? Non potete essere culla di una nuova umanità? Cominciate intanto a non chiamarci più extracomunitari” ha aggiunto Soraya Puga. Due voci che hanno scosso l’uditorio. Due voci dell’associazione Afers, il sodalizio degli ecuadoriani residenti a Savona nato recentemente per iniziativa dell’Anolf, delle Acli, della Cgil e della Caritas: segno di un popolo che sempre più vuole recitare un ruolo di protagonista sulla scena sociale.
Lo ha ribadito anche l’albanese Ferdez Gaxha, mediatrice culturale responsabile dello sportello immigrati delle Acli provinciali, puntando il dito contro l’attuale legislazione in materia (“speriamo in una migliore”), contro la persistenza “di molto lavoro clandestino, in nero, senza permessi” e sul disagio di tante donne che vivono l’ansia del distacco dalle famiglie d’origine. Un’altra voce di una persona che ha dovuto superare difficoltà, incomprensioni e pregiudizi per farsi strada.
Tante le sottolineature emerse dai relatori che hanno preso la parola nella mattinata, guidata con efficace scelta dei tempi da don Adolfo Macchioli, direttore della Caritas diocesana. L’esigenza di una “formazione linguistica obbligatoria” per le donne immigrate, in linea con un progetto di legge europeo, è stata rimarcata dal prefetto Nicoletta Frediani, che ha inoltre insistito sull’esigenza di “politiche sociali mirate a prevenire fenomeni distorsivi come la nascita di ghetti e bande di minori violenti e a far diventare più visibili le donne, che hanno tante caratteristiche in comune pur provenendo da paesi diversi”.
Dell’immigrazione come di un “fattore di sviluppo della società” ha parlato poi l’assessore alle politiche sociali del Comune di Savona Lucia Bacciu, che ha insistito soprattutto sull’uscita da un sistema di sommerso ed illegalità, sul problema della casa (“si sono persi dieci anni nelle politiche per l’abitazione”) e sul taglio dei finanziamenti pubblici al settore sociale. Ha invece spostato l’attenzione sulla formazione al lavoro la vicepresidente della Provincia Lorena Rambaudi, con un particolare riferimento alla figura del mediatore culturale (“deve diventare un profilo professionale stabile nella filiera delle professioni sociali della Regione Liguria”) e della badante, che rischia sempre più di non poter godere di una qualificazione professionale per la difficoltà di mettere a punto corsi di formazione accessibili alle donne impegnate nell’assistenza domiciliare. La Rambaudi ha anche accennato ad un progetto regionale, in corso d’elaborazione, per aiutare le immigrate vittime della prostituzione.
L’imminente apertura della casa della mondialità, in via Luigi Corsi, gestita dalla Caritas, dalla Migrantes e dalla fondazione diocesana “Comunitàservizi” è un segno che dimostra come anche la chiesa locale consideri sempre più la presenza di persone provenienti da altri paesi come una risorsa, ha fatto notare don Macchioli.
Sono inoltre intervenuti rappresentanti delle associazioni e realtà impegnate sul fronte dell’integrazione degli immigrati. Giorgio Gandolfo, della Migrantes diocesana, ha accennato alla scuola di alfabetizzazione come ad un’opportunità per le donne di “sviluppare una capacità di lettura e comprensione del territorio” e ha insistito sulla necessità di figure professionali e volontari preparati nella mediazione culturale, concetto ribadito anche da Marina Ghersi dell’Arci. Davide Baiardo, dell’Anolf (l’associazione per gli immigrati nata in seno alla Cisl), ha auspicato che si arrivi “al riconoscimento in Italia dei titoli di studio rilasciati da altri paesi, soprattutto nel settore infermieristico” e che “si cambino le procedure burocratiche legate al decreto flussi, troppo farraginose: è inammissibile che ci vogliano dodici mesi per regolarizzare un’assunzione”. Il portavoce del Forum del terzo settore Riccardo Viaggi ha, infine, definito “significativa” la presenza sociale e lavorativa degli immigrati (il 12% della forza lavoro complessiva), ha invitato a continuare l’opera sul fronte dell’educazione e integrazione dei minori immigrati e ha indicato nel tema della “cittadinanza” il terreno di maggiore impegno del Forum.


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