Tutte le notizie di: | archivio
Articolo n° 8453 del 09 Marzo 2007 delle ore 20:00

Chiesa stracolma per l’ultimo saluto a Don Lorenzo Caviglia

Varazze. Questo pomeriggio la chiesa di sant’Antonio ad Alpicella non bastava per contenere tutti quelli che hanno voluto salutare per l’ultima volta il carissimo don Lorenzo Caviglia. E’ stato il vescovo, Mons. Calcagno, a presiedere il rito, tenendo la prima parte dell’omelia, proseguita poi dal vicario generale don Andrea Giusto. L’accompagnamento al cimitero e il rito della sepoltura sono stati celebrati da don Giulio Grosso, vicario foraneo di Varazze. Dopo la Messa il vescovo e don Giusto hanno visitato la madre di don Lorenzo, Tina, rimasta a casa e sono poi partiti per Alessandria, per rendere omaggio all’ex prefetto di Savona Cosimo Macrì.
Di seguito la lettera di Don Angelo Magnano letta alla fine della Messa funebre, parole che hanno sintetizzato i sentimenti dei molti parrocchiani di Alpicella e Casanova accorsi per l’ultimo saluto del loro amato parroco:
Ci hai lasciati troppo presto, caro Lorenzo. E’ vero che non siamo mai abbastanza preparati di fronte alla morte, nostra ed altrui. Ma la tua ci è caduta addosso come quella torre di Siloe che Gesù cita nel Vangelo di domenica prossima. Io stesso non ho voluto pensarci fino all’ultimo, perché mi sembrava assurdo che tu dovessi morire per un’infezione, per così poco. Non l’accettavo, fatico ad accettarlo anche ora ed i tuoi funerali mi sembrano qualcosa d’irreale.
No, è tutto vero. Meno di due mesi fa eri qui per festeggiare il tuo amato patrono sant’Antonio, insieme alla tua gente. Ed ora siamo qui per dirci a vicenda che sei in compagnia di sant’Antonio e degli altri amici di Cristo, per sempre. Personalmente non ho alcun dubbio su questo, e suppongo che tutti la pensiamo così.
Sai, voglio dirti una cosa. Nei momenti in cui mi ha assalito l’angoscia – è umano che posso accadere  – immaginavo la morte di persone care e significative per la mia vita, e più volte fra queste persone c’eri tu.  Piangevo come una fontana, così come ho fatto quando mi è arrivata la notizia del tuo ricovero urgente al San Martino di Genova e così come sto facendo mentre scrivo queste righe. Piango perché hai lasciato in me un grande vuoto, temperato solo dalla fede nel Risorto.
Grande vuoto. Perché mi hai insegnato ad essere uomo e prete, e non posso dimenticarlo. Un giornale ti ha definito “l’ultimo parroco di campagna”. A me piace più “parroco all’antica”, ed è il migliore complimento che possa farti. Non nel senso che eri un conservatore, un nostalgico del passato. Bensì che eri come i veri parroci dei paesi d’una volta: profondi conoscitori dell’animo delle persone, intensamente affezionati alla loro terra ed alle sue usanze e tradizioni. E con una chiara idea di cosa dev’essere un prete e come deve stare in mezzo alla gente.
Quando, poco più di cinque anni fa, fosti ordinato presbitero pensavo: finalmente Lorenzo diventa quello che è sempre stato. Sì, perché prete lo eri da molto tempo prima, da quando hai cominciato a capire che quel Gesù di Nazareth poteva diventare il centro della tua esistenza. E da quando hai imparato dal tuo maestro don Gino Acciai cosa vuol dire essere prete di tutti, per tutti, nella fedeltà dei lunghi anni trascorsi ad Alpicella. L’ordinazione sacerdotale è stato soltanto il sigillo di un cammino iniziato dall’infanzia.
Quando, nel 1992, giovane prete, arrivai ad Alpicella come amministratore parrocchiale, capii subito una cosa: che il vero parroco eri tu. Ed infatti, tutto sommato, decidevo poche cose e, dopo i consueti amabili battibecchi, non mi opponevo nemmeno alle tue ferree posizioni su cose a cui ero un po’ allergico come le processioni con la banda musicale e i crocifissi. Questo per un motivo semplice: che ciò che mi insegnavi col tuo modo d’essere passava sopra a tutto.
Così, nei quattro anni in cui mi hai sopportato, ho cercato di imparare da te ad amare le persone comunque, a saper ascoltare, a mantenere bene i piedi per terra, a raggiungere anche i cosiddetti “lontani”, a non avere fretta, a non fare figli e figliastri, a recuperare qualcosa dello stupore e della semplicità dei bambini, a condividere le gioie e i dolori degli altri, e ad essere di Cristo e di tutti. O meglio, non so se l’ho imparato, ma tu me lo hai sicuramente insegnato.
E quando il Signore mi ha mandato a Roma, ho voluto custodire i rapporti con te e con altri amici di Alpicella (tra cui l’indimenticabile Marietto) per non perdere di vista quel tesoro d’umanità dal quale ero stato tanto arricchito. Credo proprio che, se gli anni romani non mi hanno visto scivolare nella rete del carrierismo e se ho desiderato tornare in diocesi per rifare il parroco, lo debba anzitutto a te e ai parrocchiani di Alpicella e Casanova. Eh sì, non te l’ho detto prima, ma anche le pizze sul monte Beigua con te e gli amici mi hanno salvato dalle tentazioni romane.
Non aggiungo altro, perché so che non hai mai amato le lungaggini e la retorica. Permettimi solo l’ultimo “grazie” per quello che sei stato e che ora sei in eterno, col Signore. Ora prega per tutti i tuoi cari parrocchiani, che hai amato con cuore di padre. Prega per la tua cara mamma Tina, che ti ha accompagnato sempre nel cammino della vita. Prega per i vescovi di cui sei stato figlio in questi anni. E prega per noi preti, che abbiamo avuto in te un impagabile fratello. Grazie Lorenzo, ed arrivederci in Cristo.


» Federico De Rossi

I commenti sono disabilitati.

CERCAarticoli