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Articolo n° 9510 del 10 Aprile 2007 delle ore 14:36

Clima, “ma che cosa aspetta la politica nazionale italiana”

Che cosa aspetta la politica italiana a capire che il cambiamento climatico è uno dei principali problemi che abbiamo di fronte? Quanti altri rapporti dovranno essere presentati prima che i nostri leader si convincano delle necessità di serie politiche energetiche, che taglino drasticamente le emissioni e tutelino finalmente la salute e il futuro, anche economico, dei cittadini?. Viene questa domanda dopo il grave allarme sulle conseguenze dell’effetto serra lanciato dal Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici presentato a Bruxelles la seconda parte del suo rapporto. Il gruppo di lavoro, che riunisce oltre 2500 scienziati di tutto il mondo, è giunto, infatti, a conclusioni inquietanti sulle conseguenze a breve termine del cambiamento climatico in atto causato dalle attività umane, tanto da suscitare le contestazioni dei delegati di numerosi Paesi e in particolare di Stati Uniti, Cina e Arabia Saudita, al punto di rinviare di qualche tempo la pubblicazione del rapporto.
Non possiamo continuare a limitarci a recepire a fatica le decisioni comunitarie e internazionali, serve una politica energetica che, invece di rilanciare stupidamente il carbone, ne riduca il consumo insieme a quello del petrolio e al trasporto su gomma, potenziando di contro le fonti pulite, come il solare e l’eolico, il risparmio energetico e la ricerca sulle nuove tecnologie. Una strada sulla quale l’Italia è più in ritardo di quasi tutti i Paesi europei, sebbene ridurre i consumi di petrolio e carbone sia per noi, che importiamo gran parte dell’energia fossile, un interesse anche economico.
La politica nazionale italiana non può continuare a seguire “i desiderati” delle singole società di produzione di energia elettrica, in assenza di un piano energetico nazionale. L’Italia non dispone di un documento di indirizzo di programmazione energetica, poiché il Piano Energetico Nazionale è decaduto allo scadere del 2000.
Da quando il Protocollo di Kyoto è stato firmato nel 1997, le emissioni prodotte in Italia sono infatti considerevolmente aumentate, giungendo oramai a un più 12,2 per cento. L’Italia, che si è impegnata a ridurre le emissioni del 6,5% entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990, si ritrova ora a più 18,6%. Eppure proprio il nostro Paese che si trova ai margini meridionali della zona temperata, è uno dei più colpiti dalla rottura degli equilibri climatici. Negli ultimi vent’anni le temperature medie in Italia sono cresciute di 0,4 °C al Nord e di 0,7 °C al Sud; s’insediano a ritmo crescente animali e piante tropicali che attaccano la nostra biodiversità, si intensificano alluvioni e siccità e compaiono le prime aree semi-desertiche. Si stima che negli ultimi vent’anni siano triplicati i fenomeni di inaridimento del suolo, legati alla cementificazione e all’eccessivo sfruttamento agricolo del suolo, al dissesto idrogeologico ma anche ai cambiamenti del clima: oggi oltre 10 milioni di ettari, pari ad un terzo del territorio nazionale, sono a rischio desertificazione. Il primo e più diretto danno sanitario prodotto dai mutamenti climatici è legato all’aumento della mortalità che si registra in occasione delle più acute ondate di calore.
Di fronte a tutto questo la politica nazionale italiana non può permettere che vadano avanti ulteriori “progetti di ampliamento a carbone” non programmati e non condivisi e previsti dalle programmazioni dei territori che dovrebbero ospitarli.

Nicola Isetta
Sindaco di Quiliano


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