Tutte le notizie di: | archivio
Articolo n° 13925 del 06 Agosto 2007 delle ore 08:53

Intervista a Massimo Morini, leader dei Buio Pesto

[thumb:2755:r]Vulcanico ed eclettico, ma allo stesso tempo pacato e professionale. Massimo Morini, nella pluralità dei suoi ruoli e nella molteplicità delle sue iniziative, è un inarrestabile ciclone. Musicista, compositore, discografico, ingegnere del suono, direttore d’orchestra, regista, sceneggiatore, attore: non manca nulla nel caleidoscopio della sua carriera artistica. Per il pubblico ligure, però, Morini è soprattutto il front man dei Buio Pesto. In un’intervista al direttore di IVG.it, Felix Lammardo, il leader della popolare band bogliaschina si racconta a ruota libera.

– Cosa significa per te recuperare la tradizione espressiva del dialetto ligure?
Ho fatto le scuole a Milano, dove mio padre si trovava per lavoro. Quindi sono cresciuto “bilingue”. Da lunedì al venerdì a Milano, dove ho respirato il clima di piombo degli anni Settanta, ed il fine settimana nell’oasi pacifica di Bogliasco, dove ho imparato la parlata fluida, divertente, simpatica della gente del posto. All’inizio non capivo nulla, ma la passione mi ha portato ad impadronirmi del dialetto ligure, anche grazie a mio padre, che interrogavo frequentemente sul lessico genovese. Di fatto il dialetto l’ho imparato da emigrante. Da ragazzino le parole di questa lingua mi incuriosivano sempre di più. Ascoltavo i cantautori liguri e andavo a vedere il teatro dialettale. Finché poi sono stato chiamato a fare una tournee insieme ai Trilli, l’ultima prima dello scioglimento della formazione, nel 1988. In quell’occasione ho capito l’importanza di conservare la tradizione dialettale e allo stesso tempo di renderla interessante ai più giovani per tramandarla.

– Quando hai iniziato l’avventura della canzone pop dialettale?
A Bogliasco con gli amici ci ritrovavamo in piazza e, accompagnandoci con una chitarra, per gioco, abbiamo cominciato ad improvvisare le cover di canzoni celebri. In pratica quello che adesso facciamo di fronte a migliaia di persone era quello che anni fa facevamo in piazza tra amici per passare il tempo il sabato sera. Quando poi sono diventato musicista professionista ho cominciato un po’ a snobbare questo hobby. E ho commesso un errore. Un giorno una persona di Bogliasco mi ha messo la pulce nell’orecchio proponendomi di eseguire le canzoni che strimpellavamo tra amici davanti ad un vero e proprio pubblico. In quel momento avevo già maturato la mia esperienza al Festival di Sanremo e avevo già alle spalle due anni di attività alla Sony, quindi una forte competenza discografica; in più mi ero trasferito definitivamente in Liguria. Una buona occasione per dire: proviamo con le cover in dialetto. Detto e fatto. Nel luglio del 1995 è uscito “Belinlandia” e venti giorni dopo il lancio del disco c’erano già 2 mila persone ad un nostro concerto. Evidentemente il nostro tipo di proposta musicale era atteso dal pubblico. Inizialmente il successo è arrivato in territorio genovese, poi si diffuso anche nel comprensorio savonese. Due anni fa, anzi, la provincia di Savona ha superato quella di Genova come numero di presenze ai nostri spettacoli. La nuova ondata ora riguarda la provincia di Imperia, dove in sole tre date del nuovo tour abbiamo attirato 10 mila persone.

– Quanto lavoro in studio per coniugare sound e dialetto?
Nessun lavoro esagerato. Il testo viene adattato alla musica. A volte inseriamo qualche piccola variazione di melodia per permettere alle parole di rendere meglio. L’importante è che l’idea musicale sia forte di suo, poi il testo viene da sé. Ci sono chiaramente certi casi in cui dobbiamo concentrarci in particolare sulle assonanze e sulle rime. E dobbiamo avere molta attenzione quando creiamo le cover, a volte cercando di riprodurre il suono dell’inglese con le parole dialettali. In linea di massima, comunque, musica e parole nascono insieme. Pur conservando tutta l’espressività del genovese, cerchiamo di privilegiare quello che risulta più comprensibile agli ascoltatori.

– Gli ascoltatori riescono a cogliere pienamente il senso dei testi?
La gente si diverte e nello stesso tempo tiene alta l’attenzione per comprendere i testi. Chi sceglie di venirci a vedere cerca di gustarsi ogni singola battuta. E’ un pubblico molto attento. Lo notiamo anche dai clic sul nostro sito internet, grazie al quale i visitatori fanno “copia e incolla” dei nostri testi. Testi con relativa traduzione in italiano che, per scelta precisa, non mettiamo subito online; li mettiamo un anno dopo l’uscita della canzone, perché desideriamo che la gente si dedichi alla comprensione delle parole attraverso l’ascolto. Constatiamo anche con piacere che sul forum del nostro sito web tanti fans si interrogano e si confrontano su frasi, parole o locuzioni dialettali trovate nei nostri pezzi.

– E’ stata determinante la tua esperienza discografica per il successo dei Buio Pesto?
Non si forma un pubblico adulto senza la discografia. Puoi suonare in giro e costituirti il tuo ambiente di nicchia, ma se vuoi somigliare ai grandi devi avere il supporto di un’etichetta discografica, poter contare su un repertorio di rispetto (noi abbiamo ormai 200 canzoni), pezzi che entrano nelle orecchie, e un sito internet aggiornato.

– Passa online anche molto della vostra comunicazione.
Sì. Il web per noi è importantissimo. La mazza da baseball di Capitan Basilico, per esempio, smarrita durante il concerto ad Andora, è stata ritrovata grazie alla notizia diffusa su internet. Il tecnico di un service di Savona, dopo aver appreso della scomparsa dell’attrezzo di scena, si è subito attivato nelle ricerche e con buon esito. Grazie ad internet le informazioni corrono rapidamente.

РQuando ̬ cominciata la tua passione per la musica?

A tre anni e mezzo già ero attratto dalle tastiere elettroniche. Ascoltavo le melodie al Carosello e cercavo di riprodurle. I miei genitori hanno subito notato la mia passione e quando avevo cinque anni hanno cominciato a farmi studiare pianoforte. Nessuno di loro era musicista: mio padre lavorava in banca, mia madre faceva la modella. Non erano pratici di musica ma hanno avuto l’intuizione del mio carattere creativo. A dieci anni avevo già dato il primo esame al conservatorio. La mia formazione musicale è stata precoce. Grazie a questa rapida maturazione professionale a 26 anni sono diventato il più giovane direttore d’orchestra della storia del Festival di Sanremo (primato tuttora imbattuto, n.d.r.). Ancora prima, a 21 anni, sono entrato come discografico in Sony, allora CBS, esperienza che mi ha permesso di venire a contatto con grandissimi artisti musicali. Vincendo con Luca Barbarossa il Festival di Sanremo del ’92, mi sono creato una “posizione” e ho cominciato ad allargare la mia rete di amicizie riuscendo a collaborare con grandissimi artisti. Discografia, distribuzione e marketing sono i fattori chiave per il successo di una band, a qualsiasi livello.

– Quali cantanti o gruppi musicali ti piace ascoltare al di fuori della tua attività professionale?
Ascolto solamente musica classica e colonne sonore eseguite da orchestra. Devo confessare che la mia aspirazione per gli anni futuri è quella di dedicarmi alla composizione di colonne sonore. Per quanto riguarda la musica classica, Vivaldi e Rossini sono tra i miei preferiti. Quanto agli autori di colonne sonore, il numero uno per me è John Williams. Apprezzo anche Trevor Rabin, che ha musicato per esempio il film “Armageddon”, e Alan Silvestri. Ascolto poi molta radio per tenermi aggiornato su qualsiasi genere di sound. Se guardiamo al panorama italiano, di solito apprezzo le canzoni più che il singolo interprete. La musica è destinata a durare anche quando viene meno il nome del cantante. Spesso scopro artisti che vengono poi ricordati per una canzone sola e io stesso, facendo questo mestiere, so quanto è difficile nella maggior parte di casi incidere più di un pezzo di successo. Nella mia carriera, per esempio, una sola canzone da me scritta è stata in classifica, “Battisti” dei B-nario; ho scritto brani molto più pregevoli che non sono riusciti a scalare la top ten. Per un artista non è facile essere sempre il primo, ma le canzoni, quelle importanti, restano.

[image:3915:r:s=1]– Come giudichi il tuo rapporto con i fans?
Possiamo contare sul meraviglioso supporto del nostro Fans Club, che fra l’altro fa da filtro alle richieste di informazioni, contatti e incontro che arrivano da tutti gli appassionati dei Buio Pesto. Il filo diretto e la presenza sono molto importanti. Alla fine di ogni concerto ci fermiamo a parlare e firmare autografi con tutti, dico tutti. E’ un atteggiamento che ho imparato dai Timoria: li ho visti trattenersi a fine spettacolo finché l’ultimo spettatore non se ne era andato. E’ il pubblico che rende grande un artista. Un cantante o una band che non considera adeguatamente in fans non fa altro che compromettere il suo futuro. Certamente il rapporto che possono instaurare Vasco o Ligabue con i propri ammiratori è diverso. Ma in una entità media, come la nostra, il rapporto diretto con i fans è non solo possibile, ma fondamentale. Il nostro Fans Club ha 260 iscritti. Sono 15000 i destinatari della nostra newsletter. Inoltre rispondiamo a tutte le email che ci vengono mandate. Considera che riceviamo in media mille email alla settimana, tanto che c’è una persona appositamente dedicata a tempo pieno al controllo della posta elettronica. Voglio che chi segue le mie esibizioni sul palco non mi guardi con distanza, ma mi consideri l’amico che ha avuto un po’ più di fortuna degli altri. C’è confidenza, gioco, scherzo. Sul palco faccio il “belinone” e prendo in giro tutti, ma sempre nel rispetto dei ruoli. I Buio Pesto, devo riconoscere, hanno un pubblico molto educato. Mi vanto di non avere mai avuto problemi di sicurezza in 13 anni di concerti.

– Divertimento e impegno benefico: un binomio che premia?
Assolutamente sì. Nessuno si è mai permesso di dire che facciamo beneficenza per attirare l’attenzione. Ad oggi sono 745 mila gli spettatori venuti ad assistere ai nostri concerti, alcuni di loro sono ripetuti ma mi piace pensare cha il numero corrisponda a metà della Liguria. Le persone ci verrebbero a vedere a prescindere dalle nostre iniziative collaterali. Eppure noi facciamo beneficenza perché ci piace essere non solo divertenti, ma anche utili. La macchina organizzativa dei nostri spettacoli, al di là dei componenti della band, impegna otto persone durante l’intero arco dell’anno e cinquantadue nel periodo estivo. Arriviamo ad avere i dipendenti di una multinazionale quando invece siamo un’aziendina regionale. Quindi ci priviamo di una forte somma per mantenere questa “macchina”. Chi viene ai nostri concerti lo comprende e allo stesso tempo sa che parte di quello che incassiamo è destinato a scopi benefici, come l’acquisto delle ambulanze.

– Ritieni ancora possibile la partecipazione dei Buio Pesto al Festival di Sanremo?
Per me partecipare come direttore d’orchestra al Festival è come fare un campionato da allenatore. Gli artisti invece sono i giocatori in campo. Io, avendo vissuto l’esperienza soltanto da allenatore, non ho ancora ben afferrato certi meccanismi per entrare nel cast artistico, ma ho sempre la volontà di vivere il Festival da giocatore. Vedo comunque due possibilità. O facciamo una hit talmente di successo che sarà la stessa direzione artistica a chiamarci, e questo può capitare a breve così come fra dieci anni. Oppure accade che nella commissione artistica venga incluso un ligure capace di darci una chance. In ogni caso l’idea per noi rimane quella di presentare una canzone in italiano con una frase in dialetto. Ho ottimi rapporti con Pippo Baudo, che si è sempre dimostrato estramente corretto. Mi ha detto: “I Buio Pesto sono conosciuti in una regione su venti. Io cosa racconto alle altre diciannove?”. Non posso dargli torto. Ma non rinuncerò alla nostra presenza sul palco dell’Ariston.

– Il direttore d’orchestra e il leader dei Buio Pesto sono persone diverse?
Sono due persone completamente diverse. Al Festival si smette di scherzare, la tensione è sempre alle stelle e non ci si lascia andare neanche un minuto. Durante il Festival seguo sempre sei o sette artisti e mi porto dietro tre persone a darmi manforte: Maurizio Borzone, il violinista dei Buio Pesto, che realizza gli arrangiamenti d’orchestra insieme a me; Walter Ego, cantante prodotto dalla mia casa discografica; e Michele Badinelli, tecnico del suono che mi dà una mano sulla parte audio. Sono giorni molto stressanti che richiedono alta concentrazione. Con i Buio Pesto invece posso scatenarmi sul palco. La mia indole è quella del tranquillo, ma nei concerti mi sento come fra amici, libero e spontaneo. Sul lavoro sono serio, come fossi un dentista o un ingegnere, quando invece sono fuori in compagnia scherzo e mi diverto, proprio come quando sono sul palco a suonare. A volte durante i concerti prendo in giro anche in maniera pesante. Ma nessuno si offende. Pensa che una volta mi ha scritto l’Arcigay di Genova ringraziandomi perché sul palco incito gli spettatori con la frase “Chi non batte le mani è buliccio”. Anziché prendersela i gay hanno riconosciuto che così facendo li mettevo sulle stesso piano degli altri che prendo in giro, come le donne brutte, chi è distratto, quelli abbronzati che non lavorano, eccetera.

– Come ti vedi nei panni dell’attore?
Sono a mio agio soltanto quando faccio me stesso. Non mi sento capace di interpretare qualsiasi personaggio. Nel momento in cui devo recitare, preferisco essere come sono sul palco, cioè scherzare, tacchinare le donne, fare l’imbranato che non sa trovare soluzioni. Dovessi mai fare scene serie o drammatiche, non so come mi sentirei o se sarei in grado. Dopo che è iniziato ad andare in onda su Jimmy il nostro telefilm “Invaxön” sono stato contattato per un provino da attore in vista della produzione di un film importante. Non sono stato preso perché a me è stato preferito un attore professionista, con un nome di richiamo. Ma il fatto che abbiano pensato anche a me mi ha fatto piacere. Mi hanno contattato perché il personaggio rispecchiava quello che mi sarebbbe riuscito meglio: avrei dovuto fare la parte di un maniaco depressivo, lasciato dalla moglie, che alla fine ci provava con l’amante del protagonista principale. In ogni caso quando sono di fronte alla cinepresa non sento imbarazzo. Sono naturale e non mi ispiro in particolare a nessun attore celebre. Posso però dire che nel panorama attuale del cinema italiano mi piace molto la recitazione di Nicolas Vaporidis, quando interpreta l’imbranato collezionista di brutte figure.

– Hai altri progetti cine-televisivi in cantiere dopo la conclusione delle riprese di “Capitan Basilico”?
I progetti sono tanti e stiamo cercando di capire quale strada percorrere. Ci sono in ballo due operazioni cinematografiche e tre televisive, che sono un po’ spin-off delle precedenti e un po’ idee nuove. Due dei progetti che sono nell’aria cercherò di portarli avanti con Fausto Brizzi, di cui sono amico fraterno. Stiamo attendendo le decisioni di Sky e possibili sponsorizzazioni per quanto riguarda le iniziative cinematografiche. E’ tutto ancora in corso di definizione. Di sicuro l’iter è questo: concludiamo il tour, finiamo le riprese di “Capitan Basilico” e decidiamo se far uscire il film prima o dopo il Festival di Sanremo (a seconda di quanto mi terrà impegnato), infine prepariamo l’album nuovo per la tournée del 2008. Nel frattempo ci sarà spazio per un altro film o per un altro telefilm.

– Procede l’ideazione del nuovo album dei Buio Pesto?
Siamo a buon punto. Sul titolo abbiamo già quattro o cinque ipotesi ma non ti anticipo ancora nulla. L’idea sarà quella di far sentire un po’ liguri tutti, un’operazione quindi molto regionale, con l’intenzione di affratellare le quattro province. Il fatto interessante poi è che sarà un doppio cd. Il primo cd conterrà i nostri pezzi. Il secondo, in pratca, lo vendiamo: 50 euro ogni 30 secondi di incisione. Chiunque voglia partecipare potrà entrare a far parte del disco recitando, cantando una nostra canzone, parlando per qualche minuto e via dicendo. Così noi ricaviamo fondi da destinare alle pubbliche assistenze per i nostri progetti benefici e chi vuol farsi un regalo potrà avere spazio su un cd dei Buio Pesto. Le adesioni sono già molte. E un cd è come un diamante: è per sempre.

[image:3916:c:s=1:t=La band dei Buio Pesto]


» Felix Lammardo

I commenti sono disabilitati.

CERCAarticoli