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Articolo n° 15296 del 14 Settembre 2007 delle ore 11:26

Albenga, una convenzione “abortita” sul nascere

Una premessa. Era la festa del Sacro Cuore, estate 2005, quando per la prima volta contattammo il signor Sindaco di Albenga, Avvocato Antonello Tabbò, al pranzo della nostra Parrocchia dedicato appunto al Sacro Cuore, proponendogli un progetto che a noi sembrava e tuttora sembra innovativo quanto ai rapporti tra Ente comunale e associazionismo sociale: stipulare una convenzione tra Centro Aiuto Vita ingauno e Comune di Albenga (città sede di Diocesi) che consentisse di concorrere, ciascuno a suo modo, nel far fronte alle esigenze materiali di dieci madri con neonati, domiciliate nel Comune e in condizioni economiche disagiate.
Insomma, un modo per prevenire scelte di disperazione, che tutti (davvero) diciamo in nessun modo di volere. Ebbene, ci vollero le proverbiali sette camice per riuscire, attraverso una serie articolata di incontri con l’Amministrazione della città e i funzionari dei Servizi Sociali, a mettere nero su bianco gli impegni reciproci nel progetto di assistenza alla maternità. La burocrazia, si sa, ha le sue esigenze e, per carità, vi abbiamo corrisposto al meglio pur di arrivare all’obiettivo. E così il 20 dicembre 2005 – alla vigilia di Natale – la Giunta del Comune di Albenga all’unanimità decideva di sottoscrivere la convenzione con la quale il Comune si impegnava ad accollarsi l’80% della spesa – stimata in 800 euro – atta a fornire latte, pannolini e omogeneizzati ad una neo-mamma del territorio ingauno nel primo anno di vita del bambino. In pratica, all’Ente Comunale toccava la cifra di circa 600 euro circa, moltiplicato per dieci mamme. Seimila euro all’anno circa: per l’Amministrazione comunale di Albenga una quasi bazzecola, per le mamme beneficiate un obiettivo sollievo, tenendo conto che come tutti i genitori sanno le esigenze imprescindibili di un neonato ben superano, in situazioni normali, quell’importo annuale. E tuttavia, un’importante copertura veniva effettuata su dieci situazioni emergenziali: dieci sui cento casi che mediamente vengono soccorsi ogni anno dal nostro Centro Aiuto alla Vita ingauno. Era cioè una formula intelligente di cooperazione tra il pubblico e il sociale, in ordine al sostegno e alla tutela della maternità, che è un incontestabile “bene comune”, specialmente in tempi di devastante denatalità. Insomma, nulla di ideologico, ma soccorso concreto, mirato, controllabile e controllato. Nella teoria, perché poi la pratica si sarebbe rivelata ben diversa. C’è da dire che, nel corso dell’intero anno 2006 e nella prima metà dell’anno 2007, noi volontari abbiamo avuto varie altre occasioni di incontro con il Sindaco Tabbò e l’Assessore ai Servizi sociali Alfonso Salata, vuoi per definire le attività estive del Centro in ordine alla sensibilizzare sulla vita, vuoi per concordare i convegni e gli spettacoli organizzati per conto del Cav-i, vuoi per condividere le tappe di progetti alle volte anche ambiziosi. Ma mai, diciamo mai, in alcuna occasione ci fu accennato che difficoltà nuove o inattese erano insorte circa il nostro progetto principale. Per l’appunto mai ci fu detto, neppure con le ciglia degli occhi, che – ahinoi – un qualche terribile intoppo si era inframmezzato tra la generosa Amministrazione ingauna e quelle povere madri. Mai ci fu ufficialmente comunicato, come si deve e come è d’obbligo in una evoluta comunità civile, che si regge sulle leggi dello Stato, comprese quelle che decretano la trasparenza degli atti, oltre che delle decisioni, mai ci è stato comunicato che la Giunta Comunale, con sovrana e unilaterale sentenza, aveva revocato la delibera in data 7 novembre 2006. Dunque, prima che terminasse il primo anno di attività, e dunque prima che una qualche sperimentazione potesse dirsi avvenuta, tutto era già stato ritirato. E sapete come lo abbiamo scoperto? Andando a presentare la richiesta di rimborso presso lo sportello dei Servizi Sociali, alla fine del mese scorso, anno 2007. Il motivo di questa revoca? La necessità – improvvisamente imperiosa per l’Amministrazione – di un tavolo di concertazione. Qualcosa – ben’inteso – che nessuno di noi si sarebbe sognato di contestare, se solo ci fosse stata prospettata l’utilità di un simile passaggio. Sarebbe stato sufficiente parlare, inviare una lettera, convocare per una comunicazione verbale. Insomma, fare qualcosa di ciò che si fa ovunque e sempre tra Pubbliche Amministrazioni e cittadini. E ad oggi non sappiamo ancora che cosa sarà o dovrà essere questo “tavolo di concertazione”. Noi restiamo a disposizione: doverosamente, e nient’altro potremmo fare perché questa è la nostra Città, e da qui non ci muoveremo mai. Ci auguriamo solo che dietro ad un simile intoppo non si celi qualche innominabile questione ideologica, perché a quel punto, ovvio, che non potremmo star zitti. La vita infatti è un affare tremendamente concreto: per rendersene conto è sufficiente venire nella nostra sede quando arrivano le persone, le mamme a chiedere. A chiedere quel che noi ovviamente ci sforzeremo di dare sempre, nel limite delle nostre possibilità. Ma il Comune è casa di tutti, deve pensare a tutti, e quindi anche alle persone più indigenti alle prese con una maternità, oppure no? Siamo cittadini, attendiamo risposta.

Il direttivo del Centro Aiuto Vita ingauno


» Redazione

1 commento a “Albenga, una convenzione “abortita” sul nascere”
Guido Lugani ha detto..
il 14 Settembre 2007 alle 19:00

Credo che ciò che compie giornalmente il C.A.V.I. sarebbe da valorizzare e da sostenere economicamente da parte delle istituzioni.

Credo inoltre che 6’000 € siano veramente una nullità su un bilancio comunale di 60 milioni di euro!!!

Spero quindi, visto l’utilità incredibile del C.A.V.I. che l’amministrazione comunale si svegli e aiuti questa realtà socialmente importante per Albenga.

cordiali saluti

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