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Articolo n° 17496 del 10 Novembre 2007 delle ore 18:00

Savona, la stagione dell’Opera Giocosa si chiude con l’Orfeo di Gluck

[thumb:4565:r]Savona. Finisce così, con un lungo applauso denso di “bravi!”, la prima di “Orfeo ed Euridice” di C.W. Gluck, l’ultima opera della stagione autunnale dell’Opera Giocosa. Ancora una replica, domenica 11 novembre, e poi si aspetterà l’estate, anche se la musica continua con importanti appuntamenti in cartellone al Teatro Chiabrera, come quello con Salvatore Accardo, con l’operetta, la danza e naturalmente il teatro di prosa. Il consuntivo dell’Opera Giocosa è certamente positivo: ha portato in scena una prima mondiale d’epoca moderna come “Tutti in maschera”, una prima nazionale come l’Orfeo di Monteverdi e quello, successivo di un secolo e mezzo, di Gluck.
Mozart era ancora un bambino prodigio, quando Gluck portava in scena nel 1762, alla corte di Vienna in occasione dell’onomastico dell’Imperatore, questa “Azione teatrale per musica” su libretto di Ranieri de’ Calzabili, infervorato poeta “moderno” che non amava, come ebbe a dire: “i passaggi, le cadenze, i ritornelli, e tutto ciò che di gotico, di barbaro, di stravagante è stato inserito nella musica”. L’innovazione del teatro musicale gluckiana è esemplificata in quest’opera che è anche la più famosa del compositore. La chiarezza delle idee musicali, la trasparenza del testo, la semplicità strutturale e un intreccio drammatico in cui l’elevazione e la caduta dell’eroe si alternano con colpi di scena, permettono all’opera d’essere ancora apprezzata da noi che veniamo dopo Wagner e Verdi, dopo cioè la grande tradizione moderna del teatro d’opera eroico e mitologico.
Benché Haendel lo reputasse un incapace in questioni di contrappunto, Gluck s’inserì nella polemica tra gli antichi e i moderni, che dalla Francia squassava i salotti dell’”intelligentia” europea, con l’abilità nel forgiare arie dai temi complessi e accattivanti, nelle quali il bel canto esaltava il testo e le parole invece di andarne a discapito. È molto interessante l’invito, offerto al pubblico savonese dal direttore Alessandro De Marchi dell’Accademia Montis Regalis, a comparare i due Orfeo, quello di Monteverdi, andato in scena la settimana scorsa, e questo del compositore di Erasbach. Mentre il primo trova nella storia narrata dal mito il sostegno per comporre le scene e quindi scrivere la musica, quella sublime di Monteverdi, il secondo “Orfeo” si libera dalle pastoie della trama, semplificata al massimo, e vaga libero nel campo della poesia, arato nei decenni trascorsi da una modernità incipiente che s’avverte nella scomparsa di Apollo, di Plutone, di Proserpina, di Caronte e delle Ninfe (presenti in Monteverdi) per lasciare posto al lirismo dell’amore, protagonista della vicenda.

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Una vicenda semplice che si apre di fronte alla tomba di Euridice e di Orfeo straziato il cui canto infine sale in cielo a gli rende il favore dei Numi. Sceso agli inferi, spiriti e furie gli sono d’ostacolo ma lui ammansisce anche loro col canto e le preghiere. Ma trovatala, Euridice non comprende la fretta dell’eroe. “Grande, o Numi, è il dono vostro / lo conosco e grata sono / Ma il dolor, che unite al dono, / È insoffribile per me” canta la sconsolata sposa che si sente tradita dall’incuria di Orfeo, intento invece a osservare la legge degli inferi per salvarla. L’incomprensione tra i due amati, genera la catastrofe, Orfeo si volta a guardarla e lei scompare inghiottita dalle tenebre. Sarà Amore a salvare i due e ottenere il coro finale del suo trionfo, con le voci del Coro Lirico e Voci Bianche “P. Mascagni” di Savona, diretto da Franco Giacosa, che dimostra una folta presenza di giovanissimi cantanti locali, buona promessa per i tempi futuri. Ma sono soprattutto le tre protagoniste a rendere omaggio al canto ligure. Se Gluck ha usato il famoso castrato Gaetano Guadagni, a Savona Orfeo è interpretato da Annarita Gemmabella, mezzosoprano dai colori nitidi e terragni che ha debuttato alla Scala con Muti nel 2003 e già molto inciso, mentre Amore è il soprano genovese Barbara Bargnesi, una promessa già vincitrice del prestigioso concorso lirico “Toti dal Monte”.
Ma la vera star della serata è Linda Campanella, soprano savonese che torna Chiabrera dopo cinque anni dalla sua “Cenerentola” di Rossini. Linda aveva esordito con l’Opera Giocosa nel 1996, ha studiato con Renata Scotto, l’illustre voce savonese, e oggi canta nei principali teatri italiani e stranieri. Con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo in buca e le scene semplici e moderne di Elisabetta Courir, illuminate da Alessandro Santarelli, si chiude il cerchio produttivo di una realtà, il Teatro d’Opera Giocosa, che ha dimostrato una capacità programmatica di grande raffinatezza, uscendo dalle scontatezze di molti teatri lirici per giungere lì dove riposano le origini della lirica.

Nicola Davide Angerame


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