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Articolo n° 18827 del 14 Dicembre 2007 delle ore 15:25

Albenga, la diocesi affronta il tema dei funerali di mendicità

Albenga. Ai cosiddetti funerali di mendicità ogni regolamento comunale di Polizia mortuaria, in ogni Comune d’Italia, dedica almeno un articolo. E’la sepoltura riservata a quelle persone che passano a miglior vita senza lasciare al mondo nessuno o senza aver qualcuno che si occupi di dar loro degna sepoltura. Come ogni altro Comune italiano anche il Comune di Imperia, appartenente alla Diocesi di Albenga, non fa eccezione ed ecco allora che anche qua, ogni volta che un nullatenente, un clochard, un emarginato, muore o in un istituto di riposo o nel letto di un ospedale o altrove la salma viene affidata all’impresa di pompe funebri incaricata della sepoltura ed inumata al cimitero a spese del Comune di ultima residenza. Tutto ciò accade senza la presenza di un sacerdote o senza che le spoglie mortali del deceduto vengano trasferite in una chiesa al fine di impartire loro gli estremi conforti religiosi.
Ultimamente un carabiniere milanese in congedo, finito chissà come ad Imperia a fare la vita del “ clochard”, vi è deceduto in assoluta povertà e quindi il Comune di Imperia ha applicato al caso le norme sul funerale di mendicità, inviando poi la relativa fattura al Comune di Milano per questioni di competenza amministrativa. In quest’ultimo caso però Mons. Mario Ruffino, prevosto della collegiata onegliese di San Giovanni Battista, è venuto chissà come a conoscere l’ora della sepoltura e si è presentato puntuale al camposanto di Oneglia per impartire alla povera salma almeno l’estrema benedizione.
Come si sa Mons. Ruffino è una figura molto combattiva e risoluta di sacerdote, oltre ad essere uno dei parroci più ascoltati a livello diocesano non fosse altro che per la sua non comune esperienza. Dalla bocca del prelato imperiese sono quindi uscite pacate e profonde parole utili ad accendere un proficuo dibattito attorno all’esigenza di fornire anche a chi non può, per ragioni economiche, permettersi un funerale “normale”, almeno la possibilità di ricevere gli estremi conforti religiosi in una chiesa, fosse anche la cappella di un cimitero.
Innanzitutto Mons. Ruffino si rivolge al suo Vescovo, Mons. Mario Oliveri, invitandolo a pungolare tutti i Comuni della Diocesi attorno alla possibilità di prevedere, anche nei casi di un funerale di mendicità, un’ultima sosta della salma trasportata almeno nella cappella cimiteriale alla presenza di un sacerdote.
“Non costerebbe nulla – afferma Mons. Ruffino – perché la Chiesa nulla chiede a chi non può, ma ha il preciso dovere di affidare ogni salma alla Misericordia divina. Un morto, al di la delle sue condizioni economiche, è comunque sempre una persona dotata di anima e corpo che si ricongiunge al Signore e dunque giammai potrà essere considerata come un pacco postale da trasportare da un luogo ad un altro. La Chiesa non può che sentirsi offesa di fronte a questa concezione che presiede lo svolgimento dei funerali di mendicità”.
Mons. Ruffino ha gettato il sasso nell’acqua, ora starà ai massimi livelli gerarchici della Diocesi ingauna farsi carico del problema e tentare di risolverlo insieme alle singole amministrazioni comunali del territorio diocesano.


» Sergio Bagnoli

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